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Testimonianza conversione di Mario PDF Stampa E-mail
Poiché mi viene chiesto di scrivere la testimonianza della mia conversione, ho innanzitutto cercato, sul dizionario, il significato etimologico del termine.
Si parla di conversione nel senso di “netto mutamento di fede (non necessariamente religiosa) o di opinione”; seguono una infinita serie di significati generici o particolari che non sto qui ad elencare.
La definizione, però, non mi ha soddisfatto, per cui sono andato avanti ed ho cercato il verbo da cui deriva: “convertire” vuol dire, tra l’altro, … “anche semplicemente ricondurre a Dio”.
Ed è di questo, dunque, che mi sento di scrivere.
La mia vita fino a quell’indimenticabile 24 agosto posso riferirla nei termini di una ordinaria vita comune: famiglia, lavoro, qualche svago (compatibile con i bambini), gli amici, le gioie ed i dolori di tutti, la Santa Messa solo in particolari ricorrenze, la preghiera solo nel momento del bisogno.
Una vita nella quale la presenza di Dio, pur se indubitabile, era velata … direi quasi … intuita … ma non consapevolmente accettata: gli avvenimenti quotidiani, infatti, venivano vissuti in sé, senza immaginare che dietro ognuno di essi potesse nascondersi la Volontà divina, senza chiedersi e chiedere al Signore l’aiuto necessario per cogliere - in quelli - gli inviti rivolti, gli insegnamenti impartiti.
Cosa è dunque successo quel 24 … e perché mi sento di poter parlare di conversione ?!
Nulla di particolare nella vita giornaliera (che è rimasta la stessa) ma qualcosa di eccezionale nel modo di viverla: ho, per Grazia, potuto cogliere la straordinarietà dell’ordinarietà.
Come ? Riscoprendo, innanzitutto, l’essenzialità della preghiera nella vita di tutti i giorni, e, tramite essa, la presenza di Dio nel quotidiano nonché quella serenità che consegue all’aver fede in Lui.
Se dunque “convertire” vuole anche dire, come detto, “ricondurre a Dio”, posso testimoniare, senza possibilità di smentita, che la chiesetta di Uggio (la “mia” chiesetta), hanno rappresentato, per me, lo strumento che il Signore ha utilizzato per “ricondurmi a Lui”.
Ed il verbo “ricondurre” è senz’altro quello giusto perché Dio nella mia vita, come nella vita di molti altri, c’era e c’è sempre stato: era solo stato messo da parte, in secondo piano.
Dicevo della preghiera, dunque, quale primo e fondamentale elemento di riconciliazione: il Santo Rosario, infatti, con la sua infinita dolcezza (e si badi, in vita mia non lo avevo mai recitato), ha avuto il compito di insegnarmi a sottrarre tempo alle cose “vane” per dedicarlo a Dio, così iniziando a raddrizzare, quasi inconsapevolmente, i sentieri della mia vita.
Ho così scoperto che la preghiera è come l’appetito (che, secondo il detto popolare, “viene mangiando”), ed altresì che è fortemente “contagiosa”:  per l’intera famiglia e per alcuni dei miei più cari amici, infatti, il “Cenacolo Mariano” - la recita del Rosario in gruppo - è divenuto momento di unione, condivisione, riflessione e Pace.
Dalla preghiera alla Santa Messa il passo è stato breve: così la Comunione segna oggi l’inizio necessario della mia giornata, al punto che mi domando come sia stato possibile, in passato, non accorgermi della sua naturale propensione a completare e dare senso al quotidiano.
In definitiva, quindi, questa esperienza, nella sua singolarità, non ha cambiato la mia vita, ma semplicemente, come dicevo, il modo di viverla, impostando dolcemente, ma inesorabilmente, un nuovo ordine.
Sono consapevole del fatto che la chiesetta, che per me è stata uno strumento divino così diretto, non è stata, non è e non sarà tale per altri: possano costoro, per intercessione della Vergine della Purezza e portatrice di Gioia, ricevere comunque, in ogni dove, la stessa Grazia che a me è stata lì immeritatamente concessa.

Mario, avvocato 35enne

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